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Yonghong Li




Premetto che solo l’esistenza di qualcuno che abbia il dubbio che questo possa accadere mi intristisce molto, perché conferma il dato sull’analfabetismo funzionale in Italia. Ma iniziamo ad andare subito al sodo.

Domanda: perché c’è sempre questo scetticismo, nonostante il closing sia avvenuto da ormai quasi tre mesi, sui cinesi del Milan e sulla stabilità economica della nuova società?
I motivi che spingono molti a dubitare della nuova proprietà sono principalmente 2.
MOTIVO 1) I ripetuti rinvii del closing dovuti alla nuova burocrazia cinese, hanno palesato la difficoltà avuta nella formazione di una cordata stabile, la quale, infatti, non ha retto.
Ci sono fattori che però “scagionano” da colpe i cinesi, anzi, probabilmente si tratta di fattori che dovrebbero aumentarne la fiducia. I limiti posti da Pechino agli investimenti al di fuori della Cina sono tutt’ora un ostacolo importante. Si tratta di veri e propri blocchi atti a impedire la fuoriuscita di flussi monetari dal Paese (Suning completò l’acquisto dell’Inter pochi mesi prima tali blocchi), a causa della crisi dello Yuan (la moneta cinese) dell’ultimo anno.
Il fatto che nonostante tutti i muri burocratici eretti, un cittadino cinese abbia comunque forzato la mano andando contro (aggirando legalmente) il proprio governo, dovrebbe far capire un po’ la capacità economico-finanziaria del soggetto (Yonghong Li). Basti pensare a quando, agli inizi di gennaio, il nuovo proprietario del Milan ricevette un prestito da 102 milioni da Willy Shine (banca delle Isole Vergini), per pagare a Fininvest la seconda caparra. Tale prestito, fu ripagato dallo stesso Yonghong Li in appena un mese.




MOTIVO 2) Un altro fattore che rende facili ironie e scetticismi, è il paragone con la proprietà cinese dell’Inter, ovvero Suning.
Si tratta di un paragone scontato, in quanto le due società di calcio vivono praticamente sotto lo stesso tetto milanese.
A differenza di Yonghong Li, Zhang Jindong non ha avuto a che fare con alcun vincolo economico. Insomma, Suning non ha dovuto vedersela col proprio governo, anzi, ha avuto la strada spianata per due ragioni in particolare: la prima è che Thohir ha fatto trovare già tutto pronto e si può dire che il lavoro fatto dall’indonesiano è esemplare. Ha comprato l’Inter, ha fatto quadrare i conti della società, ha trovato lui stesso il nuovo acquirente (mentre è stato Yonghong Li a bussare alla porta di Berlusconi) e ha venduto l’Inter; la seconda ragione è anche quella dal punto di vista economico, poiché acquistare l’Inter ed acquistare il Milan sono due operazioni completamente diverse. Suning ha acquistato il 68% dell’Inter per 270 milioni (poco più di due caparre di Yonghong Li per acquistare il Milan), ha ripagato il prestito fatto da Thohir all’Inter per 130 milioni e si fa carico del debito dell’Inter da circa 200 milioni con Goldman Sachs (Suning vorrebbe rifinanziare il debito con un’altra banca liquidando Goldman che vanta sull’Inter rate da 3 milioni ogni 3 mesi e maxi rata finale da 184 milioni nel 2019).
Insomma, l’investimento che Suning ha effettivamente fatto (e che deve ancora completare di pagare) è di circa 600 milioni. 270 versati per il club valutato 390 milioni, mentre i restanti 330 milioni sono i debiti, di cui solo 130 già saldati).
Dall’altra sponda del naviglio il povero (in confronto al patrimonio di Zhang Jindong) Yonghong Li versa di tasca sua 200 milioni, ai quali vanno aggiunti 240 milioni da parte dell’asset cinese Huarong e poi  i famosi 300 milioni del fondo Elliot, per un totale di 740 milioni di valutazione del club (l’Inter valutato dalla sua stessa società circa 350 milioni in meno).
Anche il più incapace coi numeri capirà delle differenze delle difficoltà d’investimento, sia perché Suning ha più disponibilità di Li, e sia perché purtroppo la Cina, come detto, ha alzato quei maledetti blocchi al momento meno opportuno per il Milan.
Una mia personale opinione è che non sono così sicuro che Zhang Jindong, se i blocchi fossero stati eretti prima, avrebbe comunque completato l’acquisizione dell’Inter, principalmente perché non credo che un uomo d’affari come Zhang, voglia mettersi contro i limiti posti al proprio governo, rischiando di “inimicarselo”, che è lo stesso motivo per cui alcune società sono uscite dalla cordata di Yonghong Li conosciuta come SES. Pura reverenza nei confronti del proprio governo.

Analizzate queste differenze, cerchiamo di far capire perché il Milan non può “fallire” come qualcuno prova a insinuare più o meno seriamente.
Innanzi tutto c’è da capire cosa vogliono intendere gli “scettici” con la parola fallire.
Se parliamo di un fallimento sportivo, questo è verificabile in qualunque club, con o senza cinesi. Ne è stato l’esempio proprio l’Inter la scorsa stagione, che nonostante gli investimenti è andata incontro ad un fallimento sportivo su tutta la linea. Quindi si, un fallimento sportivo può capitare.
Altro discorso è quello riferito al fallimento societario, ovvero il rischio di vedere un futuro ben più nero di quanto lasciato da Berlusconi e Galliani, simile allo stato di cose lasciato da Farina nell’86.
Ecco, se per fallimento del Milan intendete la seconda opzione delle due descritte sopra, siete completamente fuori strada, e vi spiego perché.




Alla base di queste illazioni, c’è il famoso prestito di Elliot da 300 milioni, da estinguere entro l’ottobre del 2018.
Le possibilità nei confronti del fondo americano sono 2.
La prima opzione, semplicemente, è il pagamento di tale debito. Si, ma come? Entro l’ottobre del 2018, Yonghong Li è molto fiducioso sullo sblocco dei famosi vincoli governativi cinesi, così da poter arrivare verosimilmente ad aprire le porte del Milan agli investitori che ad oggi non vorrebbero andare contro le disposizioni del proprio governo. Inoltre, lo sblocco delle esportazioni di capitali, farebbe si che lo stesso Li possa usufruire dei propri capitali personali in patria (5-600 milioni circa). Insomma, lo sblocco dei capitali in un modo o in un altro sarebbe un fattore decisivo. Questi blocchi non vi saranno in eterno, e si conta che per ottobre del 2018 siano già stati sollevati.

La seconda possibilità nei confronti di Elliot è quella più pessimistica, ma pur sempre risolvibile.
Che Elliot diventi proprietario del Milan è possibile. Ma come può accadere? Innanzi tutto deve avvenire il fallimento sportivo di cui parlavamo sopra. Ovvero i risultati del Milan delle prossime stagioni dovranno essere deludenti e l’obiettivo della qualificazione in Champions fallisca. Possibile? Sì, è possibile.
E mettiamo anche che il business-plan della nuova società fallisca, a partire da Milan China, all’espansione del brand, agli sponsor ecc. Per finire nelle mani di Elliot, insomma, devono andar male davvero molte cose tutte insieme. Ovvero: 1) i capitali in Cina restano bloccati fin’oltre l’ottobre del 2018; 2) il club vada male sportivamente; 3) Milan China fallisca i suoi propositi commerciali; 4) gli introiti, in generale, non aumentano; 5) c’è dell’altro…




E se tutto questo accadesse? Bene, valutiamo le ipotesi di un Milan nelle mani di Elliot.
Il fondo, per finanziare i 300 milioni, ha concordato che il valore degli “asset” del Milan (come ad esempio la rosa) non vengano intaccati per ripagare il debito. Al fine di ripagare i 300 milioni, dunque, non può essere venduto alcun giocatore importante. Questo significa che in mano a Elliot finirebbe un club innanzi tutto competitivo, basti guardare la campagna rafforzamenti di questa estate e quella che sarà il prossimo anno. Ma soprattutto, Elliot, si troverebbe in mano un club in via di guarigione dal punto di vista economico, ovvero il business-plan del prossimo quadriennio programmato dalla nuova società sarebbe in corso d’opera.
Voi direte che Elliot di un club di calcio non se ne fa nulla, non è nel calcio che il fondo americano vede il suo core business. Verissimo, proprio per questo Elliot cercherebbe un compratore. Il Milan nel 2019, tra la possibile quotazione a Hong Kong, l’aumento dei ricavi dovuti a competizioni, sponsor e partnership varie, e la possibilità di un eventuale stadio di proprietà (come accennato da Fassone ad aprile), vedrebbe il valore del club aumentare di una sostanziosa percentuale o, se vogliamo proprio essere pessimisti a tutti i costi, comunque rimanere invariato dai 740 milioni pagati a Fininvest.
Chi volete che possa spendere tra i 750 milioni e 1 miliardo per un club di proprietà di Elliot? Di certo, realisticamente parlando, chiunque sia parliamo di un soggetto, una società o un consorzio di società che hanno disponibilità economiche molto alte. Finiremmo in ottime mani, direi.

Ma sapete una cosa? C’è anche un’altra scappatoia (probabilmente nemmeno l’unica). Tutto quello spiegato fin’ora sarebbe inutile se alla fine il debito fosse ricapitalizzato da un’altra banca (Goldman Sachs come Inter e Roma?) estinguendo il debito con Elliot e allungando i tempi del finanziamento anche fino a 4-5 anni in più, in barba all’ottobre del 2018).




Si chiude il cerchio dunque. Se Yonghong fa fruttare la sua scommessa il Milan entro 3 anni inizierà a generare ricavi da top 10 in Europa, il debito con Elliot viene saldato o ricapitalizzato da altra banca, il club migliora, crea profitto per i soci, e sono tutti felici e contenti.
Dal’altro canto, il piano dei cinesi poveri del Milan fallisce in toto, non viene chiesta alcuna ricapitalizzazione del debito (in questo caso praticamente impossibile non procedere a rifinanziamento del debito con altri istituti bancari tipo Goldman o altri) e ci ritroviamo in mano a Elliott che venderà poi il nostro Milan a cifre 2-3 volte superiori al prestito erogato, e ci lascerà in mano a nuovi proprietari dalle evidenti disponibilità economiche.

Insomma, comunque vada, almeno, la possibilità di ritrovarci in Serie D, acquistati in tribunale, è inferiore allo 0, per buona pace di chi un po’ ci spera perché si fa trasportare da facili titoloni terroristici di quei media che dopo essersi esposti nei mesi scorsi contro i cinesi, si sono ritrovati a fare i conti con la professionalità, l’impegno e gli investimenti di un cinese che purtroppo per loro, esiste. Non sarà il più sponsorizzato milionario della Cina, però in soli 6 mesi ha messo insieme ben 1 miliardo di euro da scommettere su se stesso e sulle potenzialità di una società come l’AC Milan, il club italiano più riconosciuto al mondo.

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