Share This:

Milan barcellona Baercelona 2 0 messi mexes




Era il marzo del 2014 quando il Milan giocò la sua ultima partita europea. Fu eliminato da Diego Costa & Co. al Calderòn di Madrid.
Nonostante siano passati “appena” 2 anni e 5 mesi, mentre scrivo ho come la sensazione di un’epoca antica. Probabilmente perché le soddisfazioni sono un po’ più vecchie, indietro di almeno un altro anno.

Il 20 febbraio 2013, infatti, a San Siro con la maglia rossa e nera scendevano in campo col 4-3-3 tali:
Abbiati; Abate, Mexes, Zapata, Constant; Montolivo, Ambrosini, Muntari; Boateng, Pazzini (dal 29’ s.t. Niang), El Shaarawy (dal 42’ s.t. Traorè).
Una formazione “epica” contrapposta ai più forti del mondo. Il club che vinceva in lungo e in largo su qualsiasi campo da quasi 5 anni: il Barça di Messi, Iniesta, Xavi, Puyol, Alves.
Il risultato finale fu 2-0 per gli scappati di casa. Una vittoria per quel Milan post-Ibra, post-Thiago, post-Nesta, post-Gattuso, post-Seedorf, post-Inzaghi, post-Milan.
2 gol a zero al club per eccellenza. Quello che insegnava calcio a chiunque in 90 minuti, ogni settimana, ogni martedì e mercoledì. Il Barça.
Messi contro Zapata e Mexes perse. Xavi e Iniesta contro Muntari e Boateng persero. Piquè e Puyol contro Niang ed El Shaarawy persero.

La Gazzetta titolò “Capolavoro Allegri”. In parte, forse. Il capolavoro lo fece il Milan in quanto tale. In quanto club da Champions. Fu una questione genetica, non tecnica. Una questione di status da salvaguardare. Perché un anno prima coi senatori, con Ibra e Thiago in casa si riuscì a strappare appena un punto a quel club, mentre con una formazione di giocatori che col Milan non avevano niente a che vedere, vincemmo. Nettamente, senza se e senza ma.
Poi a casa loro fu una débâcle, ma solo dopo quella sliding door che mi fece tirar pugni al pavimento di casa. Un palo preso da un 18enne francese al Camp Nou. Uno stadio stracolmo. 90 mila blaugrana a tirare un sospiro di sollievo lungo fino al gol di Messi. Il palo di Niang sullo 0-0, ancora trema.
Ed era un Milan già in quel limbo che lo accompagnerà fino ad oggi, che si prese poi un terzo posto all’ultimo minuto di campionato. Un terzo posto che lo avrebbe portato, poi, a quel 4-1 di Madrid.

Dunque arriviamo a due sere fa. Roma-Porto 0-3.
Qualcuno dirà “ma cosa c’entra col Milan?”
C’entra perché sono convinto che proprio per i motivi grazie ai quali Messi tornò a casa preso a schiaffi da Zapata, se fosse stato il Milan a giocare i preliminari coi portoghesi, avrebbe passato il turno.
Nonostante siano tre stagioni che l’Europa la guardiamo in TV e col senno di poi è tutto più semplice, lo affermo con l’arroganza di chi sa. Su questo non si sbaglia. Il Milan e la Champions hanno una relazione sentimentale dal 1963 fatta di molti alti e rari bassi. Una relazione che ha visto questo club non soltanto dominare, ma cambiare il calcio nel vero senso della parola.

Non me ne vogliano gli interisti (mezzo secolo senza diritto di parola) o juventini (6 finali perse su 8), e non me ne vogliano neanche napoletani o romanisti se nella competizione più bella di tutte non hanno mai contato nulla. E i viola… Va be’, lasciamo stare.
Non me ne vogliate se il Milan rimane comunque in un posto privilegiato nell’immaginario collettivo, a braccetto con Real, Bayern, Liverpool e Barça. Anche quando arriva ottavo in Serie A. Anche se scomparisse domani.
Ogni giorno leggiamo di qualche leggenda del calcio in giro per il continente augurarsi un ritorno rossonero ai livelli che gli spettano. Torneremo tra un anno, tra due o tre, magari sfruttando anche una rivoluzione UEFA alla Champions. Ma è certo che torneremo. E’ un diritto divino che hanno questi colori.

di Pietro Riillo

@PietroRiillo




.

.